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Presentazione dei brani
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E’ il cerchio che si chiude.
L’abbiamo registrata "buona la prima", e io, che pure sono maledettamente ansiosa, non cambierei una sola virgola. Tutti abbiamo cantato e suonato ispirati al massimo.
E’ una delle canzoni più belle scritte da Matteo Salvatore. Matteo è una luce, un faro. Quando lo vedo salire sul palco di “Craj (Domani)” e cantare davanti ad un pubblico così giovane e così in adorazione, mi si scioglie il cuore. Vorrei fare ancora di più per lui, magari convincere qualche amico a cantare le sue canzoni e pubblicarle. Vorrei che tutti conoscessero quello che ha scritto.
Questa è una canzone d’amore per la mia città. Sono nata a Napoli, ma ho vissuto l’adolescenza a Cava dei Tirreni e quindi mi sono trasferita a Roma che non avevo ancora vent’anni e per questo mi sento un pò “bastarda”. Ma Napoli è la mia àncora, la mia speranza. E’ così che con Napoli sono indulgente, ma anche dura. Qui sono stata indulgente, ma in “Stammo Buono” sono stata intransigente. E prima o poi ci torno a vivere, a Napoli.
E' la mia parte “sentimentale”. Di carattere sono un pò malinconica, e “Positano” l’ho scritta in un paio d’ore, testo e musica, con le stelle, la luna e le lacrime, le salite e le discese e gli odori . Lasciandomi andare. Perchè di queste cose è fatta la malinconia.
Ritornare a scrivere in napoletano, dopo quasi dieci anni, è stato terapeutico. Le mie canzoni, quelle scritte in italiano, hanno il peso delle parole, partono dalla mia testa. Tornando a scrivere in dialetto, ho rimesso in ballo il cuore, lo stomaco, la memoria. Avevo in mente quel verso di “Guapparia”, “Scetàteve guagliune e malavita” e volevo lanciare quasi un grido: “si nun t’affoga ‘o mare t’ha ggià affugato ‘a vita”. Insomma sentire di non avere speranza, ma combattere come se ce ne fosse…
Deve essere nata per via di quella passione che ho per le canzoni napoletane di fine ottocento. E’ uscita fuori come un déjà vu, quando dici, ma, io qui ci sono già stata, e non sai né come, né quando, ma la sensazione è bellissima.
L’incontro con Lenine è stato quasi perfetto: mi ero fatta delle idee su di lui e sulla sua musica. Si sono rivelate tutte completamente esatte. E’ una persona ed un musicista generoso e ispirato. Non capita spesso.
Come dicevo per me amare Napoli significa anche guardarla con occhi impietosi. Quando ho cominciato a scrivere la prima frase: “a Napoli ce sta o faruwest…” ho capito che dovevo continuare e dire quello che pensavo realmente, con ironia ma anche con senso di realtà altro che pizza e mandolini… Poi, quando ho chiesto a Raiz di cantarla con me e scrivere la sua parte senza alcun cedimento consolatorio e lui è stato d'accordo, ho capito che stavamo dicendo la cosa giusta.
Solo io, la mia voce e la chitarra, suonata in quel modo che mi sono inventata che è a metà strada tra come faceva qualche volta Modugno e l’idea di suonare una chitarra come una percussione.
E’ la “Notte del Dio che Balla”. Senza quel progetto non sarei arrivata a “Craj” e quindi, nemmeno “a Sud! A Sud!”. E’ un brano che suona come un campanello d’allarme: “attenti, stiamo arrivando!”
PIZZICA (LA CALATA DEI NAPOLETANI AL SANTUARIO DI SAN PAOLO IN GALATINA) Qualcuno dice che nella vita non mi lascio andare troppo spesso, ma quando canto la “Pizzica” finisco in un luogo che io stessa non conosco. Ed è bellissimo.
E’ una versione live di una canzone che mi ha dato molto. Non l’avevo più riarrangiata e nemmeno inserita in “Primo Viene l’Amore”. Poi ho trovato questa chiave di avvicinamento all’idea folk e mi sembra di averle dato una nuova vita. Arriva alla fine del disco, e l’ascoltatore la scopre quando pensa che tutto sia finito…e invece così si ricomincia daccapo.
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