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Per Matteo Salvatore

di Teresa De Sio

Matteo è stato un vero uomo del Sud. Della vita ha conosciuto la durezza e la dolcezza, l’aspro e il passionale, e queste cose le ha sempre trasformate in musica.

Quando ho incontrato Matteo per la prima volta (circa due anni fa) per me era già una leggenda, conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo, sapevo della sua vita difficile e turbolenta. Pensavo che avrei trovato un uomo “domato”. Invece lui era una tigre. Inchiodato dall’indigenza, già molto malato, dimenticato da molti. Abitava in un monolocale a pian terreno in una sgangherata via di Foggia. Una tigre sulla sedia a rotelle. Matteo non voleva mollare.

Quando gli parlai di “Craj”, lui disse: “Se facciamo questa cosa io campo un altro anno.” Ostinato nella vita è riuscito a camparne altri due.

Mi sembrò che in lui ci fosse una vena di follia, ma non di quella follia che è elusiva della realtà, anzi, Matteo emanava un’intera “versione del mondo”, poeticamente compatta, diversa e niente affatto subalterna. La povertà dell’infanzia, il lavoro, la vita dei braccianti, gli amori, le donne. Le donne, che hanno avuto parte importante, grave, nella sua vita, gioco sulla sua anima, peso nelle sue canzoni.

Non so se Matteo sapesse di essere un “grande”. Forse aveva accolto questo suo destino eccentrico di cantastorie maledetto, come un pescatore che si rassegna alla mareggiata.

Se avesse avuto più fortuna sarebbe stato ricco come Modugno (che peraltro come lui stesso mi ha raccontato, lo amava molto e con cui lavorò). Se fosse stato un ragazzo degli anni settanta sarebbe stato una sorta di Syd Vicious. Se il mondo della cultura e della musica del nostro paese fosse meno volubile, ingrato, disattento e mercenario, Matteo oggi sarebbe celebrato da molte più persone.

Io lo saluto, alzando a lui il mio brindisi (come gli sarebbe piaciuto). Continuerò a cantare le sue canzoni, perchè sono belle e perché sò che le cose che hanno radici così forti, col tempo, non possono che fiorire di più.